Davvero i tablet rappresentano il futuro?
Nonostante la rapida crescita di questo mercato, è interessante notare alcune voci fuori dal coro, come quella di Thorsthen Heins, CEO di BlackBerry, che ha rilasciato nei giorni scorsi un‘intervista al sito Bloomberg nella quale esprime qualche dubbio nei confronti del mercato tablet.
Verò che è sicuramente influenzato dalla delusione commerciale del PlayBook (forse troppo in anticipo rispetto ai tempi), ma alcune osservazioni sono assolutamente interessanti.
L’idea è che nei prossimi 10 anni l’esigenza di un tablet potrebbe venire meno dalla presenza di monitor attivi o altri dispositivi di visualizzazione.
C’è da aggiungere che spostare la guerra dei tablet a modelli di piccole dimensioni (al momento molti sono focalizzati sui 7-8″) rischia di metterli in competizione con alcuni smartphone di taglia extra large.
E c’è pure chi come Asus punta sugli smartphone potenziabili con uno schermo più grande per diventare dei veri tablet (come ad esempio con l’interessante PadFone), idea potenzialmente interessante visto che tra tastiere, cover, batterie aggiuntive si rischia di portarsi dietro più peso e spazio di un ultrabook.
Staremo comunque a vedere…
Sempre più tablet e meno PC e portatili
Secondo una ricerca IDC, nel 2013 saranno venduti più tablet che computer desktop e il prossimo anno sorpasseranno i portatili.
Nel primo trimestre del 2013 le vendite di tablet stanno polverizzando il mercato dei desktop (che è in crisi con un -4,3%) facendo persino concorrenza ai laptop (per ora tengono con +0,9%, grazie soprattutto agli ultrabook). Le consegne di tablet sono arrivate a 49,2 milioni di unità nel primo trimestre dell’anno, superando le consegne avvenute nell’intera seconda metà del 2012.
Se al primo posto della classifica si conferma Apple, superando le precedenti proiezioni di IDC per il trimestre con un volume di 19,5 milioni di unità rispetto ai 18,7 milioni stimati dalla società di analisi, al secondo posto si colloca Samsung, riportando anch’essa risultati migliori delle aspettative e con una crescita delle consegne rispetto al quarto trimestre dell’anno, con i tablet di più piccole dimensioni che hanno iniziato a guadagnare trazione sul mercato.
Paradossalmente potrebbero essere proprio i tablet da 7-8″ il nuovo fronte della guerra dei tablet, dove l’iPad potrebbe uscirne perdente sia come prezzi, sia come funzioni (al momento l’iPad mini sembra fare un passo tecnologico indietro rispetto ai concorrenti e alla stessa famiglia iPad).
Microsoft entra per la prima volta nella top-5 con le consegne di Surface RT e Surface Pro che combinate arrivano a 900 mila unità (la maggior parte sono modelli Surface Pro). Ma sia Surface, che i tablet di terze parti basati su Windows 8 e Windows RT continuano ad avere difficoltà nel guadagnare quote sul mercato.
Entro fine 2017, IDC prevede che il mercato tablet e smartphone avrà un enorme potenziale di crescita specialmente nei paesi emergenti.
Per ulteriori approfondimenti, vedere anche:
Windows 8 è un flop?
Diversi sono i segnali che Windows 8 non sta avendo il successo sperato e disarmante sono i grafici mostrati in questo post: Windows 8: Microsoft’s New Coke moment.
Stando a questi grafici, Windows 8 avrebbe una misera percentuale persino minore a quella di Vista (finosta rivelatosi il peggiore Windows NT, almeno per quanto riguarda le vendite e soprattutto il grado di accettazione del mercato).
Vero è che Windows 8 porta delle scelte controverse: la nuova interfaccia grafica, la mancanza del stato Start (benché si siano soluzioni per ripristinarlo), il tentativo creare un sistema operativo unico per PC e tablet (scelta coraggiosa, ma non necessariamente condivisibile).
Vero anche che questo tipo di dati vengono raccolti utilizzando le informazioni raccolte dai sistemi connessi alla rete e quindi, tra proxy, firewall, anonimizzatori, potrebbero non corrispondere a dati reali. Però sembra confermato il rallentamento nella crescita di Windows 8.
D’altra parte il trimestrale è positivo per Microsoft: nel complesso, i ricavi dell’ultimo trimestre ammontano a oltre 20 miliardi di dollari con un incremento del 18 per cento anno-su-anno; i ricavi operativi sono 7,6 miliardi (+19 per cento) e crescono anche i dividendi per gli azionisti.
Anche da questa analisi, sembra che Windows 8 sia a crescita zero e del resto mancano dati reali (da parte di Microsoft) sul numero di attivazioni (o di vendite) del prodotto, inizialmente trainato più dall’aggressiva proposta di upgrade.
Paradossalmente questo accomuna Microsoft con la Apple, più interesse sul mobile e sul consumer e (apparentemente) meno sui PC tradizionali.
Meno chiari rimangono invece di dati di Windows Server 2012 che in effetti rappresenta un interessante processo evolutivo (e senza essere neppure troppo stravelgente) rispetto a Windows Server 2008 R2.
In: Laptop, PC, Tablet, Windows · Tagged with: Windows8
L’era post PC secondo Apple
Da più parti si parla sempre più insistemente di questo fenomeno, legandolo anche a quello della consumerizzazione dell’IT e definendolo poi una nuova era (post-PC era).
Pur con i vari dubbi già posti sul come non sia applicabile a tutti i casi, il fenomeno è stato anche confermato dai numeri snocciolati da Apple in occasione del lancio del iPad 3 e della nuova Apple TV: nella fine del 2011 sono stati venduti 172 milioni di dispositivi “post-PC” che hanno permesso alla Mela di generare il 76% del suo fatturato. Dispositivi che per molte persone erano qualcosa di completamente nuovo, ma che poi sono entrate nell’uso comune, creado anche una rincorsa sia nel mondo degli smartphone che in quello dei tablet.
Sicuramente il tutto a danno dei PC (e decretando la morte dei netbook), ma creando anche una nuova serie di dispositivi di tipo End User Computing:
Nel 2011 sono stati commercializzati 315 milioni di dispositivi “iOS”, 62 milioni dei quali solamente nel quarto trimestre dell’anno, confermando quindi anche la salute del mercato smartphone. E ovviamente, non si può parlare del mondo Post-PC senza parlare di App… Vari appstore tutti con ricchi.
Paradossalmente questa fase potrebbe nuocere anche alla stessa Apple (o almeno almeno al suo segmento dedicato al MacOSX) sempre più polarizzata verso questi nuovi nuovi dispositivi, ma apparentemente (anche se solo di recente) in affanno sui suoi competitor (o almeno su Android).
Il “mito” dei 64 bit
Sono trascorsi ormai diversi anni dell’introduzione sul mercato dei processori x86 a 64 bit (da non confondersi con la piattaforma Intel Itanium, primo progetto di processori a 64 bit da parte di Intel, ma con una serie di limitazioni). E da qualche anno si vedono già sistemi operativi (Windows Server 2008 R2 e Windows Server 2012) ed applicazioni (ad esempio Exchange dalla versione 2007 in poi) progettati espressamente per i 64 bit.
Ma nonostante i vantaggi di un’architettura a 64 bit (possibilità di gestire più di 4 GB di memoria per singolo processo, maggior numero di registri disponibili), molti software non sono in grado di sfruttare o non necessitano queste potenzialità e, compilati a 64 bit, occupano semplicemente più memoria.
Persino a livello di hypervisor i 64 bit spesso “costano”, in termini di risorse occupate, qualcosa più dei 32 bit (in realtà VMware vSphere 5.x ora ha lo stesso overhead di memoria in entrambi i casi).
In alcuni casi diviene interessante valutare se usare ancora piattaforme a 32 bit o trovare soluzioni per ottimizzare applicazioni ancora a 32 bit. Se per Windows questo problema non si pone più di tanto (sicuramente non nel segmento server, dove oramai è a 64 bit), per Linux vi posso essere varie opzioni.
Linux vanta un solido supporto per questa architettura e per la sua progenitrice (a 32 bit) e non solo (è stato uno dei primi sistemi operativi a supportare la piattaforma Itanium).
Alcuni sviluppatori hanno quindi deciso di creare una nuova ABI per il kernel Linux che unisca i vantaggi di entrambe le architetture: esecuzione in modalità nativa a 64 bit (con disponibilità di tutti i registri) con “gestione dei dati” a 32 bit (minor consumo di memoria).
x32, questo il nome della nuova ABI, dovrebbe quindi garantire le migliori prestazioni per i (tanti) programmi che non necessitano di allocare grandi quantità di memoria ma che possono trarre giovamento dall’esecuzione a 64 bit.
Attualmente gli sviluppatori di x32 (tutti coinvolti in Linux, GCC e librerie fondamentali come libc) sono al lavoro per far accettare e includere tutte le patch necessarie: una volta completato questa attività sarà poi necessario verificare che i risultati siano effettivamente superiori a quelli offerti da sistemi a 32 o 64 bit puri.
In: Generale, OpenSource
Piattaforma Itanium verso il declino
Itanium e Itanium 2 sono stati i marchi commerciali di famiglie di processori Intel nati e pensati per i 64 bit, rinunciando alla classica “compatibilità con il passato”. Definiscono anche la piattaforma hardware di riferimento, comunemente indicata come IA-64.
Paradossalmente però il mercato ha premiato la “compatibilità con il passato” e l’architettura a 64 bit proposta da AMD e ri-adattata da Intel creando tra l’altro processori di successo come tutta la famiglia Xeon (dal Nehalem in poi). In questo caso si parla di architettura x64, completamente incompatibile con quella Itanium, ma compatibile con la vecchia IA-32.
Il futuro della piattaforma Itanium sembra quindi sempre più in bilico. Da un lato perché lo standard di mercato è rappresentato dalle soluzioni basate EM64T/AMD64, dall’altro (ma diretta conseguenza) perché i sistemi operativi, gli hypervisor e le applicazioni sono pensate più per il mondo x64 che per quello IA-64.
Microsoft ad esempio non ha previsto una versione Itanium per il proprio Windows Server 2012 (pur con qualche eccezione, per maggiori informazioni vedere questo post). Oracle ha cessato lo sviluppo di tutti i software per la piattaforma Intel Itanium, dichiarando senza mezzi termini che questa famiglia di processori è ormai vicina alla morte.
Si aggiunge anche che la maggior parte dei vendor hardware hanno abbandonato questa piattarma ormai da tempo (IBM già dal 2005) lasciando di fatto solo HP a sostenere questo mercato.
Inoltre Intel cambia ancora idea sulla piattaforma Itanium di prossima generazione, tornando a rivedere la roadmap per la classe di processori Itanium di prossima generazione, prendendo atto ufficialmente del declino della domanda di mercato e del cambiamento delle esigenze dei vendor (di fatto solo HP) che ancora utilizzano questa piattaforma.
Storicamente Intel e HP hanno iniziato lo sviluppo di Itanium negli anni 90 sulla prospettiva che il chip diventasse la base dei futuri sviluppi dei computer a 64 bit. Ma nel 2003 Intel ha puntato sulla piattaforma Xeon spingendo Itanium in un ruolo di nicchia per i sistemi di fascia alta in competizione con i sistemi Power di IBM.
Ora sembra che la fine (o l’involuzione) sia vicina, magari per lasciare strada ad altre soluzioni o semplicemente per un compromesso di economia di scala e relativo guadagno.
Gestione di più sistemi operativi: cinque best practice
L’IT non può più concedersi il lusso di esercitare un controllo totale sulle possibili modalità di utilizzo dei sistemi operativi in ambiente aziendale. Fino a pochi anni fa aveva potere decisionale non solo in termini di scelta degli OS, ma anche per quanto riguardava le applicazioni che potevano essere installate negli endpoint.
Oggi, tuttavia, lo scenario è radicalmente mutato e sono molti i sistemi operativi che si fanno strada in ambito aziendale su svariati dispositivi con diversi fattori di forma. Con un ventaglio di opzioni così ampio a disposizione, aziende e utenti si stanno allontanando da un modello basato unicamente sui PC per adottare un approccio più diversificato che prevede molteplici dispositivi supportati da tutta una serie di piattaforme.
Oltre ai desktop, oggi l’IT aziendale deve poter gestire sistemi mobili come notebook, tablet, smartphone e altre tecnologie di consumo. Deve, pertanto, disporre degli strumenti necessari per amministrare più sistemi operativi in modo efficiente, scalabile e sicuro.
Best Practice da adottare
1. Automatizzare le operazioni. Per contrastare i crescenti costi del personale IT derivanti dal supporto ai sistemi e agli utenti aziendali occorre passare all’automazione. Un investimento iniziale per l’acquisto di tecnologia in grado di automatizzare le attività è economico e può liberare il personale dell’IT per consentirgli di concentrarsi su obiettivi aziendali più strategici.
2. Investire in tool multipiattaforma. Occorre acquistare tool di infrastruttura basati su standard che supportino molteplici piattaforme in modo coerente e scalabile. Un tool basato su web, a differenza di un’applicazione mobile per una piattaforma specifica o un’interfaccia utente grafica di Windows, può estendersi a molteplici piattaforme e dispositivi.
3. Mantenere aggiornati i tool IT. Disporre di strumenti aggiornati è fondamentale per restare sempre al passo con gli sviluppi tecnologici. E ancora più importante, il processo di update dovrebbe essere semplice e non portare a interruzioni all’operatività.
4. Conoscere la rete. Un valido sistema di inventario consente di conoscere tutto ciò che è presente sul network, e rappresenta il primo passo per proteggere rete, applicazioni e dati. La capacità di individuare e gestire gli asset e l’inventario di tutti i dispositivi sul network aziendale è fondamentale per la sicurezza. Ogni applicazione che non sia approvata a livello corporate potrebbe potenzialmente aprire una breccia nella rete aziendale.
5. Proteggere gli endpoint. La marea di nuovi dispositivi e software ha fatto sì che i dipartimenti IT incontrino parecchie difficoltà nel proteggere gli endpoint. Disporre di molteplici sistemi operativi offre diverse opportunità di attacco e incrementa il rischio di violazioni. La protezione degli endpoint in un ambiente così eterogeneo richiede l’implementazione di misure di sicurezza per ogni piattaforma in rete.
Alessandro Visintini, Senior Sales Engineer – Endpoint Systems Management Dell Software
Mondo smartphone: Android, iOS e poco altro…
Secondo una recente ricerca IDC, più del 90% dei 228m smartphone dell’ultimo quarter 2012 sono o Android o iOS. Agli altri rimangono le briciole. Ma nemmeno ad Apple va così bene, visto che le quote Android sono nell’ordine del 70%, lasciano quindi Apple su un modesto 20%.
Ma incuriosisce come gli altri non si diano per vinti. A parte Microsoft che tenta strenuamente di acquisite sempre maggiori quote di mercato con in suo WindowsPhone 8, c’è spazio anche per nuovi player.
Il 24 febbraio (durante il Mobile World Congress, a Barcelona) Mozilla, organizzazione no profit nota per Firefox, ha annunciato l’intenzione di entrare in questo mercato con un progetto chiamato Firefox OS. Anche Ubuntu sembra voler seguire questra strada (e quella dei tablet).
E segnamo pure il tenativo di tornare ai vertici di BlackBerry (l’azienda RIM ha cambiato nome usando quello del suo prodotto) con i BlackBerry 10, apparti a gennaio.
Persino Samsung (che è comunque il primo produttore di Android), lavora con Intel al progetto Tizen.
In: Cellulari, Tipi di SO


